Press Play - Stage 2
Alle origini: quando l’elettricità sognò di giocare
All’inizio non c’erano joystick, né schermi luminosi, né sale giochi ricolme di suoni elettronici. C’erano laboratori silenziosi, luci al neon che tremolavano e macchine grandi come armadi, che respiravano a colpi di ventole e valvole incandescenti. In quegli ambienti, tra l’odore di ozono e carta termica, nacque un’idea che avrebbe cambiato il mondo: far divertire una macchina.
Gli anni ’40: scintille in tempo di guerra
Durante la Seconda guerra mondiale, mentre i radar scandagliavano il cielo e i calcolatori servivano a decifrare codici, alcuni scienziati iniziarono a chiedersi se quelle macchine potessero fare qualcosa di più che calcolare traiettorie. Era un pensiero quasi eretico: usare strumenti nati per la guerra per creare… gioco.
Non esisteva ancora un linguaggio per descrivere quell’idea, ma il seme era stato piantato.
Gli anni ’50: il primo battito del videogioco
Nel 1952, in un laboratorio dell’Università di Cambridge, un giovane ricercatore di nome Alexander S. Douglas costruì OXO, una versione elettronica del tris. Lo schermo era quello di un computer EDSAC, un mostro di tubi e fili. Il gioco era semplice, ma aveva qualcosa di magico: per la prima volta, un essere umano sfidava una macchina in un passatempo.
Pochi anni dopo, nel 1958, un fisico del Brookhaven National Laboratory, William Higinbotham, decise di rendere più interessante la giornata delle porte aperte del laboratorio. Collegò un oscilloscopio a un computer analogico e creò Tennis for Two: una pallina luminosa che volava da una parte all’altra dello schermo, come una cometa intrappolata in un tubo catodico. I visitatori facevano la fila per provarlo. Nessuno lo sapeva, ma stavano assistendo alla nascita di un nuovo medium.
Gli anni ’60: i pionieri del campus
Negli anni Sessanta, i campus universitari americani erano fucine di idee. I computer erano ancora enormi e costosissimi, ma gli studenti più brillanti riuscivano a ritagliarsi qualche ora di utilizzo notturno. Fu così che nel 1962, al MIT, un gruppo di giovani programmatori creò Spacewar!. Sul monitor del PDP-1 due astronavi si affrontavano in un duello cosmico, mentre una stella al centro dello schermo esercitava la sua gravità. Era veloce, competitivo, incredibilmente moderno. Per molti, Spacewar! è il primo vero videogioco della storia.
Eppure, mancava ancora qualcosa: il salto dal laboratorio al mondo reale.
1972: la scintilla che accese l’industria – Pong
Nolan Bushnell, un ingegnere con l’intuizione dei visionari, aveva visto Spacewar! al MIT e ne era rimasto folgorato. Sognava di portare quel tipo di esperienza fuori dalle università, nelle sale giochi, nei bar, ovunque ci fosse qualcuno disposto a inserire una moneta per divertirsi.
Fondò Atari e affidò a un giovane ingegnere, Al Alcorn, un compito che sembrava quasi un esercizio: creare un semplice gioco di ping-pong elettronico.
Il risultato fu Pong.
Due barre luminose, una pallina quadrata, un bip metallico a ogni rimbalzo. Eppure, quando il primo prototipo venne installato in un bar di Sunnyvale, la macchina si riempì così tanto di monetine da bloccarsi. Il proprietario chiamò Atari pensando fosse guasta. La verità era un’altra: Pong aveva appena dimostrato che il videogioco non era più un esperimento da laboratorio. Era un fenomeno culturale.
Un nuovo mondo era iniziato
Da quei bip e da quelle linee bianche nacque un’industria, un linguaggio, un immaginario. I videogiochi non erano più solo circuiti e oscilloscopi: erano diventati storie, sfide, emozioni. E tutto era cominciato con una pallina che rimbalzava in un tubo catodico.
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